Nei commenti al post precedente il buon Matteo scrive giustamente che l'accostamento tra crisi della famiglia tradizionale o dei rapporti umani in generale ed affidamento alle coppie di fatto, anche omosessuali, dei figli in difficoltà come soluzione alla suddetta crisi è un po' spericolato. E' vero: starei per dire che si trattava di una provocazione un po' ardita, potrebbe sembrarlo. Eppure, riflettendoci bene, è proprio qui che bisogna lavorare affinché certe soluzioni non sembrino più una mera provocazione.
Se trent'anni fa la domanda poteva ancora essere "Meglio un figlio morto che un figlio gay", non sarà il momento di provare a chiederci anche qui in Italia se è meglio un figlio morto che un figlio adottato da un gay? A me fa paura la gente come Buttiglione, che ha paura anche a sentire la domanda. L'assolutismo che fa pensare che una famiglia naturale sia sempre il meglio che c'è.
Un figlio adottato da una coppia gay dovrà subire discriminazioni nella vita per via della sua famiglia non-tradizionale? E' possibile, ma si può ragionare e lavorare anche su questo. In America lo stanno già facendo: con i libri, con la tv, con l'informazione, con la cultura, mostrando qualche esempio positivo. Si potrebbe iniziare anche qui, anche se con la tv italiana ed il modello Platinette e Jonathan del Grande Fratello non andremo troppo lontano.
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