Ci sono momenti in cui sale a livelli intollerabili il disgusto ed il disprezzo per il Paese nel quale ho avuto la sfortuna di nascere e che non ho avuto la forza o la capacità di abbandonare al momento giusto. Riorganizzare la propria vita in funzione di alcune boccate di ossigeno che altri chiamano "vacanze" è stato necessario per sopravvivere e per questo ringrazierò sempre chi ha inventato gli aerei ma anche chi ha rubato così tanti soldi nelle compagnie aeree nazionali da farle fallire facendo nascere le low cost e le offerte a tariffe stracciate.
Guardando dalla finestra che ho davanti stasera, quella dell'albergo di Shinjuku, sogno di rimanere e di nascondermi tra la folla silenziosa e colorata di questa città luna park, dove corpi così fisicamente diversi dal mio si aggirano con tempistiche ordinate e studiate in ogni minimo dettaglio, corpi così lontani da quelli che mi assomigliano e nei quali non mi riconosco eppure così accoglienti nel chiamarmi gaijin, ossia alieno.
Mimetizzarsi laddove si è riconoscibile come un puntino rosso su di un grande foglio bianco qui a Tokyo è possibile, perché a guardarlo bene quel bianco è piuttosto il sommarsi delle luci accecanti altrui, disegnati come dei cartoni animati nei loro abiti schiccosi o forzatamente di tendenze ancora non divenute mode. Il mio nasone e le orecchie a sventola sono nulla, diventano invisibili.
Vivere questi anni in un paese dove la criminalità organizzata, la corruzione e la mafia sono diventati il motore del paese e il suo governo stesso è ogni giorno più duro e pericoloso, perché ormai di molte delle persone che incontro io ho paura.
L'ignoranza, l'intolleranza, il banditismo becero e nauseante che oggi costituisce il dna ed il cervello di ogni italiano che vive in Italia, chi più chi meno, ha raggiunto e superato ogni livello di tollerabilità. Per questo, ogni volta il rientro mi appare sempre più doloroso. Sogno di rimanere qui, a fare l'omino che sta tutto il giorno con un cartello in mano a indicare la fine della coda alla cassa dei grandi magazzini. "Sono l'ultimo della fila", c'è scritto approssimativamente sul cartello enorme che tiene in alto nella folla, per farsi notare. I clienti lo cercano con lo sguardo e si mettono davanti a lui, che resta sempre l'ultimo. Tutti lo vedono, eppure nessuno lo guarda davvero. Presente ed invisibile. Così vorrei io.
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